La dannata commedia umana che procede e si perpetua
Se sei Jeffrey Lebowski, detto Drugo, non puoi tollerare che un muso giallo qualsiasi pisci sul tuo tappeto, perchè se sei Drugo il tappeto è parte integrante della tua vita. Come la tua poltrona, la tua palla da bowling, le tue audiocassette. Le piccole cose, insomma. Puoi decidere di smuovere mari e monti solo perchè quel tappeto è stato rovinato. Ma se scompaiono dalle tue tasche diverse migliaia di dollari il tuo pensiero sarà: "la vita va avanti!", perchè quei soldi sono qualcosa di troppo grande per te.Se invece sei Jeffrey Lebowski, miliardario invalido veterano del Vietnam, quando qualcuno (Drugo) ruba uno dei tuoi tappeti la cosa passa inosservata. Ma se a sparire sono i soldi, la tua priorità diventerà ritrovarli, non importa come.
È su queste basi che si sviluppa la trama de "Il Grande Lebowski", capolavoro a volte troppo sottovalutao dei fratelli Joel e Ethan Coen, geni del cinema contemporaneo. Atmosfere country-western aprono la pellicola, e una voce narrante ci mette in guardia: stiamo per assistere a quanto di più stupefacente si possa vedere in tutti quegli altri posti che non sono Los Angeles, California.
Che poi, a visione conclusa, questa vicenda non ha niente di apparentemente stupefacente. Non ci sono colpi di scena colossali come in "The Prestige", non ci sono astrazioni visionarie come in "2001: Odissea nello Spazio", non ci sono gesta eroiche come ne "Il Signore degli Anelli".
Ma sfido chiunque a contraddire quel cowboy parlante in sottofondo che sa tanto di profeta.
Qualcosa di speciale questo film ce l'ha. Anzi, ha tanto di speciale. Questo film ha cuore. Questo film ha sincerità. Questo film, forse, ha in sè della verità.
Diciamo che dava un tono all'ambiente.




